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Disambiguazione – Se stai cercando l'asteroide denominato «Ciociaria», vedi 21799 Ciociaria.
Ciociarìa, o Ciocerìa, è il nome con cui sono identificati alcuni territori del Lazio a sud-est di Roma, senza limiti ben definiti. A partire dal ventennio fascista, con un uso improprio che perdura ancora oggi, lo stesso nome è usato dalla stampa locale, da associazioni promozionali e manifestazioni folcloristiche come sinonimo di provincia di Frosinone e dell'insieme delle tradizioni popolari del suo territorio.
Una primitiva sistemazione geografica della fine del XIX secolo rappresenta cosa si indicasse con Ciociaria nello Stato Pontificio. David Silvagni, ne «La Corte Pontificia e la Società Romana» fa propria un'intepretazione di Carlo Maria Curci, e sull'orme di costui nota che la «Ciociaria è la parte più montuosa e incolta del circondario di Frosinone e Sora», cioè i Monti Ernici del Lazio odierno, ma chiama «ciociari» tutti i cardinali originari delle diocesi cattoliche tra Anagni e Terracina. Le originarie accezioni etniche e sociali a cui si riferivano i primi studiosi che parlarono di ciociari dovevano essere state abbandonate. Il Silvagni riporta quindi un elenco di ecclesiastici famosi, biasimati per il provincialismo e per dubbie capacità amministrative, in cui si citano pure le località di nascita di ciascuno, tutte esplicitamente agglomerate a costituire una regione che chiama Ciociaria, anche se palesemente estranee al comprensorio ernico (Sonnino, Ceprano, Ceccano, Gorga, Paliano, Anagni, Ninfa, Roccasecca, Carpineto, Monte San Giovanni Campano). Sono tutte città campanine, organizzate entro diocesi immediatamente soggette alla Santa Sede e perciò accomunate dallo stesso sistema politico, economico e sociale, che furono estranee per identità e tradizione ai territori delle diocesi suburbicarie e alle vicende storiche della realtà cittadina di Roma.
Etnologia
Il brigantaggio, Sonnino e la «Ciocerìa della Croce»
Fatta eccezione per il Bragaglia e pochi altri, la maggiorparte degli studiosi ritengono che il toponimo Ciociaria fosse originariamente diffuso solo della cultura popolare romanesca e fra gli intellettuali che ne divulgavano le tradizioni, risultando dunque insignificante al di fuori dei confini dello Stato Pontificio: il toponimo non compare in nessun documento del regno di Napoli o delle Due Sicilie per indicare la valle del Liri o il territorio di Fondi, né si fa uso dell'aggettivo ciociaro per designare una popolazione o una cultura nello Stato napoletano. Dal secondo dopoguerra, però, i topos letterari realisti e neorealisti, la ricerca di una identità politica democristiana comune nel Lazio meridionale e in parte la soppressione della provincia ecclesiastica di Capua con l'annessione delle diocesi di Montecassino, Aquino e Atina alla provincia ecclesiastica romana, sono stati i fattori culturali che hanno favorito, nell'opinione comune, la diffusione di quel punto di vista secondo cui il territorio ciociaro a sud raggiungerebbe il Garigliano (includendo secondo alcuni persino la costa laziale).
L'Unità d'Italia
Gli intellettuali e gli studiosi d'Italia che aderirono ai modelli culturali e alle tendenze letterarie postunitarie inaugurarono anche lo studio delle identità regionali della nuova nazione, non più cercando materiale nei documenti storici ma adottando primitivi metodi comparativi e statistici entro l'insieme delle tradizioni popolari di tutta la penisola. Il librettista Targioni Tozzetti, seguendo gli studi del Pitrè, pubblica nel 1891 un'antologia di favole popolari ceccanesi (Saggio di novelline canti ed usanze popolari della Ciociaria) in cui registra i riti e la memoria della popolazione di Frosinone e parte del circondario. L'opera non si preoccupa però di stabilire il contesto geografico, obbedendo alle regole antistoriciste e antiromantiche della demologia, tanto che le novelle raccolte sono sistemate in un paragrafo intitolato genericamente novelline popolari romane.
Cesare Pascarella
Passati i movimenti culturali postunitari, politici ed intellettuali tornarono ad interessarsi delle espressioni geografiche per delimitare identità e territori nel Lazio meridionale (Ciociaria, Castelli Romani, Agro Pontino come Sabina e Tuscia) solo dopo la prima guerra mondiale, quando dopo i fermenti del biennio rosso, anche nei circondari di Frosinone e di Sora, come nel resto del Lazio, iniziarono ad organizzarsi i movimenti fascisti. Alle elezioni comunali del 1920 il partito socialista conquistò 14 comuni del Frusinate ed 11 del Sorano mentre nelle provinciali il PSI divenne il partito più influente del Circondario di Sora, conquistando i seggi di Alvito, Sora e Pontecorvo. Il controllo delle politiche antirivoluzionarie e delle azioni repressive nelle città tra Roma e Napoli invece era conteso fra gli esponenti dei Fasci Italiani di Combattimento e del Partito Nazionalista; quando però i due movimenti confluirono nel P.N.F., le rivalità che erano sorte fra i fascisti laziali furono superate, anche nel progetto comune di istituire una nuova provincia fra Alatri, Sora, Cassino, Veroli, Ferentino o Frosinone, nel processo di riforma amministrativa e politica noto come «ruralizzazione» e infine nella propaganda e nel sostegno dei modelli sociali corporativisti. Le nuove alleanze politiche nella valle del Liri si costituirono isolando i fascisti casertani, i quali rimasero per lungo tempo ancora ispirati da posizioni sidacaliste e vicine alle cause della sinistra. Il 1920 fu anche l'anno della ricostruzione del centro storico di Sora, in parte distrutto dal terremoto di Avezzano nel 1915. La progettazione dei principali edifici religiosi fu affidata all'ingeger Paolo Cassinis, membro dell'ASCI, che adottò per ciascuna chiesa un manierismo medievalista vicino ai modelli architettonici di Roma e circondario, raccogliendo elementi gotico-cistercensi, bizantini e romanici. Con la nomina a podestà di Annibale Petricca fu approvata la ripianificazione urbanistica del Corso Volsci: i palazzi furono riedificati ex-novo in stile eclettico neo-classicista, unico caso nel Basso Lazio insieme a Via Vitruvio di Formia, e fu cancellato ogni tratto di napoletanità presente nella città, fino ad allora con Castel di Sangro ed Avezzano il centro più settentrionale di diffusione del neoclassico e del barocco napoletano .
Negli stessi anni, col dissolversi delle leghe operaie e arginato il partito socialista, a cui fu sottratta con una serie di commissariamenti, già dal 1923, l'amministrazione dei principali comuni del Frusinate e del Sorano, alcuni politici attivi nel territorio ernico sostennero la proposta di istituire la provincia di Frosinone. Costoro si organizzarono e raccolsero le proprie idee e la propria propaganda attorno al sindaco di Frosinone Pietro Gizzi, finanziati anche dalle élite industriali ed agrarie locali. Nel 1924, per divulgare il progetto di costituire la provincia di Frosinone, il Gizzi, seguendo l'esempio delle varie iniziative culturali che sorgevano in altre città laziali (a Viterbo «La nuova Provincia» ed a Rieti «Latina Gens» e «Terra Sabina») per l'istituzione di nuove entità amministrative, si fece promotore della rivista «La Ciociaria», affidandone la direzione a Guglielmo Quadrotta. Alla rivista collaboravano pubblicisti e storici del frusinate, alcuni dei quali dichiaratamente fascisti. Precedentemente un altro giornale, di propaganda fascista, aveva pubblicato studi indirizzati alla ricerca o costruzione di un'«identità ciociara», il settimanale «Ciociaria Nuova», del giornalista Carlo Mancia (vicino alla subfederazione del PNF di Frosinone): ivi si proponeva l'annessione del circondario di Sora e parte dell'attuale Casertano a quello di Frosinone, per ricostruire l'antico Latium adjectum; gli studiosi che scrivevano su «Ciociaria Nuova» passarono poi a pubblicare su «La Ciociaria» del Quadrotta e, probabilmente condividendo i disegni politici di chi prevedeva la soppressione della provincia di Terra di Lavoro, arrivarono nei loro articoli anche a proporre una vera e propria «nuova regione» che, secondo il Gizzi, avrebbe dovuto comprendere l'intera Valle del Liri da Tagliacozzo a Sessa Aurunca, le paludi pontine da Anzio a Terracina, nonché parte dell'attuale Molise con Venafro, ed essere chiamata Ciociaria.
È in uso la connotazione "dialetto ciociaro" per un gruppo di parlate, conosciute storicamente come campanino, più o meno omogenee dal punto di vista lessicale e fonetico proprie degli abitanti della valle del Sacco e dei monti Lepini, appa
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